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Gli
Hippies a Milano
Viaggio nella
memoria di alcuni aspetti della cultura 'underground' milanese negli anni
'60.
(il testo della puntata di MUVI del 3 febbraio
2002 - si
ringrazia per la collaborazione Marta Maioli)
<<MUVI:
abbiamo in collegamento telefonico Gianni De Martino, che era il direttore
di Mondo Beat......
Gianni De Martino:
buongiorno, beh, non ero il direttore, ero il redattore capo: perchè
non c'erano dei 'capi'. Il direttore doveva esserci per legge.
Muvi: per i più giovani vogliamo ricordare come si colloca
la rivista Mondo Beat e di cosa trattava...
Gianni De Martino: sì, è difficile oggi per un giovane
farsi un'idea, oggi sembra dato per scontato il diritto di portare i capelli
lunghi, di viaggiare; allora in quell'Italia in bianco e nero, appena
i primi capelloni si manifestarono, suscitarono un grosso scandalo.
Mondo Beat nasce nel 1965 a Milano ed è considerato il primo
giornale underground italiano. Il primo numero è un ciclostilato
e viene distribuito dai ragazzi che viaggiano, solo gli due ultimi numeri
saranno stampati. In tutto sono usciti sette numeri.
A Milano l'indirizzo stampato sul ciclostilato era piazza del Duomo, statua
equestre a Vittorio Emanuele II; i primi due numeri non erano registrati
e i ragazzi chiamavano la statua 'il pirla a cavallo'. Il numero sul ciclostilato
appariva come unico numero progressivo, cosa auspicata da Vittorio Di
Russo, cittadino del mondo. Vittorio Di Russo era un ragazzo che veniva
dall'Olanda e che aveva partecipato ai movimenti dei Provos, i Provos
olandesi, quelli delle biciclette bianche.
Sulle pagine di Mondo Beat si invocava lo svecchiamento del linguaggio
letterario, l'abbandono dei miti della sociètà contemporanea,
ma com'erano i miti di quella società? Erano i miti del consumismo,
quindi si pensava di dover pagare con la propria libertà la sicurezza,
il consumismo. I termini che ricorrevano erano quelli di integrazione,
di sistema e c'era una ricerca di liberazione da ogni legame con un mondo
precostituito. Tutto questo creò un grosso scandalo.
Poi c'era il rifiuto della guerra, il rifiuto di diventare soldato, le
prime obiezioni di coscienza; nel primo numero si riportava una frase
di Einstein: "il servizio militare obbligatorio mi sembra il sintomo
più vergognoso della mancanza di dignità personale di cui
soffre la nostra umanità civilizzata".
Muvi: la redazione di Mondo Beat era a Milano in via...
Gianni De Martino: si trovava in via Vicenza, dalle parti di viale
Montenero.
Muvi: ed era diventato un punto di riferimento...
Gianni De Martino: sì, un punto di riferimento per i ragazzi
in giro in Europa, per i ragazzi che incominciavano a viaggiare. Lì
potevano fermarsi a dormire.
Muvi: ...c'era uno scambio d'indirizzi e l'esistenza di Mondo
Beat era conosciuta...
.
Gianni De Martino: certo, anche perchè i giornali ne avevano
parlato a causa delle manifestazioni che facevamo, manifestazioni per
i diritti civili; uno degli slogan era " i capelli lunghi non sono
anticostituzionali", perchè per i capelli lunghi si veniva
fermati, c'era una legge di pubblica sicurezza per cui si davano i fogli
di via.
Muvi:
queste visite alla redazione crescevano, e così o facevate un giornale
o un ostello...
Gianni De Martino: ci venne l'idea di affittare un campo alla periferia
di Milano e piantarvi delle tende, era il mese di marzo.
Chiedemmo ad un 'barbone', un certo Palla, Dante Palla, di vedere un po'
che cosa si poteva affittare in zona.
Muvi: il vostro esperto toponomastico...
Gianni De Martino: sì perchè i 'barboni' hanno una
conoscenza etnologica della città. Vedono cose che le altre persone
non vedono, e quindi lui individuò questo campo in via Ripamonti,
che allora era periferia, era una Milano che sapeva ancora di campagna;
c'erano alcuni palazzi in costruzione, e dietro l'area di un benzinaio
trovò un campo da affittare, che fu affittato regolarmente. C'erano
un centinaio di tende in un'area poco più piccola di un campo da
calcio.
Muvi: come venne accolto tutto questo dagli indigeni?
Gianni De Martino: la nostra idea era di fare quello che allora
si chiamava happening, cioè doveva essere una specie di scherzo,
doveva essere una contestazione dell'architettura urbana. Ci trasferimmo
là il primo maggio del 1967; mentre a Milano si svolgeva il corteo
della festa dei lavoratori, noi eravamo a prendere il sole sdraiati sull'erba.
Come fu accolto? Fu immediatamente battezzato dal Corriere della Sera
come 'Barbonia city'.
Lo slogan era "dateci i sacchi a pelo e tenetevi le bandiere",
quindi figurarsi in quel clima di guerra fredda cosa significava uno slogan
del genere.
Muvi: quanti eravate?
Gianni De Martino: a volte c'erano anche cento persone, duecento.
Muvi: quanto tempo è durato?
Gianni De Martino: è durato tre mesi, perchè fu inaugurato
il primo maggio del '67 e fu sgomberato nel luglio del '67.
Muvi:..ma voi come lo chiamavate?
Gianni De Martino: lo chiamavamo 'il campeggio'.
Muvi:... aveva una frequentazione internazionale e i cittadini
milanesi e lombardi lo frequentavano?
Gianni De Martino: sì, c'erano ragazzi italiani: c'erano
sia gli intellettuali cioè gli studenti, che poi ritornavano a
casa a dormire, sia i ragazzi che viaggiavano, e poi c'erano quelli di
un altro livello che erano i ragazzi che avevano problemi familiari. Ci
sono sempre stati, quelli che poi venivano chiamati i teppisti, i rockets,
i mods. I teppisti erano i più interessanti.
Muvi: il fenomeno dei capelli lunghi ha poi attecchito anche tra
i milanesi?
Gianni De Martino: certamente, è diventato una moda. C'erano
gli artisti, i cantanti che avevano i capelli lunghi, i cosidetti cantanti
beat.
Muvi: questo 'campo' aveva dei gestori?
Gianni De Martino: c'era della gente che stava lì sempre,
ma era una situazione molto fluida. Per poterla affittare ricordo che
uno di noi si vestì con giacca e cravatta, e parlò con il
proprietario che era un contadino, brianzolo, con la faccia rossa, con
due figli, che disse: "ma perchè lo volete affittare questo
campo?", e noi "siamo i boys scout di padre Frescobaldi".
Quando sentì parlare di padre Frascobaldi, disse: "vabbè,
sono boys scout, diamoglielo".
Muvi: anche lo show-business si appropriò della moda dei
capelli lunghi. Abbiamo al telefono uno degli epigoni di quel periodo,
Shel Shapiro, il front-man dei Rokes.Che cosa c'era dietro alla scelta
dei capelli lunghi, prima che diventasse una moda?
Shel Shapiro: c'era anche un po' di povertà. Io mi ricordo
che i capelli lunghi hanno incominciato a crescere in Germania,
dove stavamo lavorando ad Amburgo; e guadagnavamo così poco, giusto
i soldi per mangiare e fumare qualcosa, che tagliarsi i capelli sembrava
veramente un lusso che non potevamo permetterci in quel momento. Quindi
il capello lungo era frutto di una scelta economica.
Muvi: Gianni, tu della genesi del capello lungo che cosa ci dici?
Gianni De Martino: io personalmente non avevo i capelli lunghi
e secondo me era segno........
Shel Shapiro: era segno che eri ricco!!
Gianni De Martino: ricordo che c'era quella scrittrice, Elsa Morante,
che scrisse un'articolo: "sono anch'io una capellona, se dovessimo
arrestare tutti quelli che hanno i capelli lunghi, allora cosa avremmo
dovuto fare con Raffaello...". Lei per difendere i capelloni riportava
esempi nobili di personaggi capelluti.
La contestazione non era ideologica, quindi era inscritta nel corpo e
nei comportamenti. Era questo il segno forte di rottura, un simbolo forte
per volersi differenziare anche dai militari, che avevano i capelli corti.
Un segno forte inscritto nel corpo.
Muvi: perchè Shel Shapiro questo nuovo album, con vecchi
pezzi riproposti?
Shel Shapiro: io credo di avere della musica nuova e bella da far
sentire. E' chiaro che dopo quindici anni di silenzio discografico, la
discografia dice "fategli ricordare chi era, da dove viene"
e avrebbero voluto da me dieci pezzi vecchi con due nuovi. Io gli ho detto
"facciamo quattro pezzi vecchi, con l'accordo che io devo trovare
il modo di riemozionarmi cantandole, riarraggiandole". In modo che
se mi emoziono io, c'è la possibilità che riesca ad emozionare
qualcun altro che ascolta.
Il problema di quando tu tocchi una canzone diciamo 'storica', è
molto pericoloso, perchè vai a toccare i ricordi delle persone,
vai a evocare momenti diversi. Il rischio è di togliere le emozioni.
Poi dopo quello che è successo sia a Genova sia all'undici settembre,
mi sembrava assolutamnete necessario un commento generazionale e in questo
Frankie Hi Energy -che ha collaborato alla riedizione della canzone "Che
colpa abbiamo noi"- è stato magnifico, a parte il fatto di
essere intelligente e acuto, è stato anche molto rispettoso della
canzone originale. Lui aveva molta paura di mettere le mani su questa
cosa, a parte il fatto che sia un peccato che questa canzone sia ancora
in qualche modo attuale.
Muvi: che cosa è rimasto di quegli anni?
Shel Shapiro: penso che "Bisogna saper perdere" più
che una canzone di successo, sia stato uno slogan di successo. Negli anni
Sessanta come slogan non andava male, poi però abbiamo affrontato
gli anni Ottanta e Novanta dove non bisognava saper perdere ma bisognava
solamente vincere, e chi non vinceva era assolutamente perdente. Adesso
il significato è un po' quello degli anni Sessanta, "Bisogna
saper perdere" ma io aggiungerei "e non mollare mai". E'
molto difficile prendere canzoni che arrivano da un'altra epoca e dargli
un senso trentacinque anni dopo. Adesso la canzone "Che colpa abbiamo
noi" ha ancora un senso, mentre "Bisogna saper perdere",
se ci giochiamo e lo trattiamo come uno slogan, è ancora divertente.
Gianni
De Martino: per noi lo slogan era "dateci i sacchi a pelo e tenetevi
le bandiere"; il nostro era un movimento non ideologico in un mondo
in cui tutti volevano vincere. Meglio perdere che vincere; non a caso
beat significa battuti. Era un movimento vitale, non teso alla conquista
del potere, come poi faranno quei gruppuscoli marxisti, leninisti, settari
e chiusi in piccoli gruppi. Era un processo spontaneo, di accomunamento,
che fu represso violentemente. Negli anni Sessanta i giovani non disponevano
del proprio corpo, non potevano radunarsi insieme senza venire repressi
dall'autorità; significativo l'episodio di Mondo beat e in particolare
quello di "nuova Barbonia", che fu raso al suolo con i lanciafiamme
il 12 giugno del '67.
Il tormentone della piccola borghesia era "igiene e pulizia".
Il fatto che l'autorità reagisse in maniera così antidemocratica,
rivelando la falsità della democrazia, dimostrava proprio che i
processi reali di accomunamento, cioè il comunismo reale, era ciò
che faceva paura, il fatto che fosse possibile un altro mondo.
Muvi: a proposito di memorie dell'epoca beat qualcuno ci ha dato
la soffiata che un gruppo di ragazzi di quegli anni abitava in una villetta
strana e bizzara dalle parti di viale Certosa, il gruppo era l'Equipe
84.
Ma l'Equipe 84 era ritenuta la band hippie per antonomasia tra quelle
nate in Italia e a Milano?
Gianni De Martino: sì, certamente. Ma non c'erano rapporti
con queste band, era un'altro giro, quello era il mondo della musica,
dello spettacolo.Un'altra cosa.
Muvi: com'era il rapporto tra gli hippies e gli abitanti di Milano?
Gianni De Martino: Il Corriere della Sera parlava della tendopoli
di via Ripamonti come del più pericoloso focolaio di defezione
morale e biologica della città. I capelloni erano visti come se
fossero l'espressione del male assoluto. La tendopoli fu rasa al suolo
con i lancia fiamme del SID-servizio immondizia domestica del comune di
Milano- e ci furono unità di disinfestazione che intervennero per
motivi, si disse, igenico-sanitari. A questo episodio seguirono significativi
titoli dei giornali: "rasa al suolo l'immorale tendopoli degli zazzeruti",
"finalmente il fuoco purificatore", e altri titoli aberranti
di questo genere.
Era la paura del diverso e sembra che non sia cambiato niente; ieri erano
i capelloni, oggi sono i diversi, quelli che non sono apparentemente come
noi. E ' una costante che si ripropone; a questo proposito ricordo che
il discolo post-bellico dell'internazionele situazionista -perchè
noi avevamo collegamenti anche col situazionismo- diceva che in questo
universo di espansione della tecnica, del comfort si vedevano gli individui
ripiegarsi su se stessi, inaridirsi, cioè vivere e morire per dei
dettagli. Per vedere ancora oggi tutto questo, basta andare nei condomini
di Milano dove non si fanno mettere le rastrelliere per le biciclette,
dove si chiede la vigilanza della polizia,......Quindi è curioso
che a una promessa di libertà totale, si offra un metro cubo di
autonomia individuale, rigorosamente controllato dai vicini.
Lo spazio-tempo della meschinità e del pensiero basso, che caratterizzava
Milano in bianco e nero degli anni Sessanta, è ancora oggi presente.>>
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