Le storie di MUVI
     
 

Mario Barzaghi, cantore di filastrocche
(il testo della puntata di MUVI del 17 febbraio 2002 - si ringrazia per la collaborazione Federica Villa)

<<MUVI: Mario Barzaghi è un cantore di filastrocche, non solo dicitore…sentiamolo in Ti ca tatacat i tach


Ti ca tatacat i tach

Ti ca tatacat i tach, tacuma mì i mè tach.
Ti ca tatacat i tach, tacum i tach a mì.
Ti ca tatacat i tach, tacum a mì i mè tach,
ti ca tatacat i tach.
Mì ca tachi i tach tacat i tach a tì,
ca tacat i tach, tacatai tì i tò tach.

 


Mario Barzaghi: avendo avuto una frequentazione del flamenco e facendo teatro e danza catacali conosco benissimo il sistema onomatopeico indiano (qui a Milano c'è Federico Sanesi che suona benissimo le tabla), si potrebbe benissimo far riferimento a quel sistema. Io ho incrociato il sapateado centrale dell'allegria e dell'escobilia, come frammento che serve da transizione tra quella parte più coreografica e quella dove il sapateado si mostra nella sua complessità, e l'ho incrociato organizzando in un certo modo lo scioglilingua che prima aveva solo un valore in termini di difficoltà. Questa difficoltà è stata organizzata e come sentite c'è un certo ritmo: binario nella prima parte e in contrattempo per la seconda e aumentato dalla difficoltà della velocità.

Umbrìa umbrìö

Umbrìa umbrìö, vèrman e urmisö,
urmisö cun' la camisa,
salta föra 'n stagnàa de ghisa.
Ghisa lauràda, al caval al màia la biàda,
la màia da travèrs,
e i cùlsùn cumprà a Mèls.
A Meèls 'g'hè i Uregiàtt,
cà ga curan a drée ai ràtt.
Ràtt da la rògia, salta föra 'na petagögia.
Rógia Crusìna, 'riva la brìna,
brìna frègia, ma dör l'ùrègia,
pàsa 'na vègia 'ma da'n sgiafùn,
a Grùpell a ghè i Rùdùn.
Rùdùnn, Rùdànn sùna i campànn,
sùnan a facc, a Insach 'ghè i Batàcc,
c'ha bevan 'l lacc, al lacc di bérìtt,
a la Bètula a ghè i Bùsìt.
Facia da tóla, sa s'cèpa la móla,
móla i cùrtèi, a Infurnas ghé i Asinèi.
Cùrtèi, mèi, mèi, pàbi, druèm al radàbi,
radàbi impatulàa,
i Màrtui 'in a Gesàa.
Gèsa la gamba, la màn la sa stràmba,
piséga a giüstàla, ga mètum la gàala,
la gàla ai cuìt, a la Bètula ghè i Bùsit.
Bösa, bùsèta, ciàpa la fùrchèta,
màn fa mìnga fracàss, fùrchèta la ciàpa
al sàss,
Sasìn, sasö, Tàngànèi da Pùsö.
Ulpa, alpa, ciàpa la sciàlpa,
lìpa, làpa, và ca là scàpa,
la và sül sùrèe, la tröa un ciampée,
ciampée da la lüm, in mèss al bùtüm.
In mess a la géra, mèt sü la véntréra,
véntréra de pàn, i Gòss in a Casàn.
A Casàn ghè l'Ada, sü la pianta ghè la nìada,
a nìada dal pùrscèl, cà ma porta via l'anèl,
l'anèl l'éra d'ùtùn, cùm'è l'òor dal Giapùn.

Ombra Ombretta

Ombra, ombretta, verme e lombrico,
lombrico con la camicia,
salta fuori un paiolo di ghisa.
Ghisa lavorata, il cavallo mangia la biada,
la mangia di traverso
e i calzoni comprati a Melzo.
A Melzo ci sono gli "Uregiatt" (soprannome)
che corrono dietro ai topi.
Topo da fosso, salta fuori una pettegola,
roggia Crosina arriva la brina,
brina fredda, mi duole l'orecchio,
passa una vecchia e mi da uno schiaffone,
a Gropello ci sono i "Rùdùnn" (altro soprannome)
Rùdùnn, Rùdann, suonano le campane,
suonano a faccia, a Inzago ci sono i "Batàcc" (idem)
che bevono il latte, il latte di pecora,
a Bettola ci sono i "Bùsìt"
(contadini dell'Alto Milanese, che tendono a parlare il brianzolo)
Faccia di tolla, si spacca la mola,
mola i coltelli, a Villa Fornaci ci sono gli "Asinei",
Coltelli, miglio, miglio (pabi=pianta graminacea),
adoperiamo il Radabi
(strumento agricolo per smuovere le granaglie sull'aia).
Radabi impastato, i "Martùi" (poco furbi),
sono a Gessate.
Ingessa la gamba, la mano si stramba, (distorsione)
fai in fretta ad aggiustarla, gli mettiamo la gala,
la gala ai codini, a Bettola ci sono i "Bùsit" (vedi sopra).
Bòsa, (pesce piccolo di fiume), bùseta, prendi la forchetta,
mano non fare rumore, la forchetta prende il sasso,
sassino, sassuolo, "Tanganèi" di Pozzuolo
(soprannome per definirli come poco intelligenti).
Ulpa, alpa, prendi la sciarpa,
lipa, lapa, guarda che scappa,
va sul solaio, trova un ciampée (insetto d'acqua),
insetto da lume in mezzo al bütüm
(miscela povera di cemento, con cocci e rottami di muro).
In mezzo alla ghiaia, metti la ventriera,
ventriera di pane, i "Góss" (soprannome) sono a Cassano d'Adda.
A Cassano c'è l'Adda, sulla pianta c'è la nidiata,
la nidiata del porcello, che mi porta via l'anello,
l'anello era d'ottone, come l'oro del Giappone.


 

Mario Barzaghi: qui dobbiamo parlare delle scolmegne, cioè dei soprannomi. Ovviamente la tradizione dialettale fa un grande uso interno ed esterno dei soprannomi: gli abitanti fra di loro appena individuavano una caratteristica la stigmatizzavano attraverso un'espressione che andava a sostituire il nome proprio; poi in modo più o meno crudele indicavano quello che aveva la gobba, "quello che aveva il patinun" , la pata lunga, ovvero il cavallo basso, "Giuan patinun", "Mariet sensa venter"", senza la pancia, oppure, "tri michet sparà in del cù", che si dice della signora che al mattino prendeva tre panini li metteva nella classica borsa a rete, poi la borsa se la metteva in diagonale sulla schiena e sembrava che queste michette essendo molto attaccate al deretano fossero appunto appiccicate. Poi c'era "Guido sparall'ari", che era il nostro vigile che quando arrivavano i ladri sparava in aria perché aveva paura; si vede così come questa caratteristica veniva accentuata. Sappiamo benissimo che il campanilismo era una cosa fondamentale per il dialetto perché bastava spostarsi di due chilometri e gli altri diventavano assolutamente estranei e quindi andavano additati. Allora questa filastrocca organizza in modo surreale come testo ma estremamente concreto organizza i soprannomi limitrofi al paese di Inzago.

Muvi: Mario utilizza il dialetto della provincia Nord Est rispetto a Milano; la contestualizzazione della filastrocca è a Inzago. Quindi gli estranei, gli "alieni", per quelli di Inzago sono quelli di Cassano, Melzo ("i busit della bettola") e quindi appunto in questa filastrocca che Barzaghi ha appena recitato sono presenti dei riferimenti molto precisi molto concreti nei confronti di paesi limitrofi e distanti che spesso però erano, come diceva Barzaghi, vicendevoli ovvero si soprannominavano l'uno con l'altro spesso nello stesso modo (come francese e italiani sono transalpini l'uno per l'altro).
Ma a Melzo questa filastrocca potrebbe essere in qualche punto qualcosa di diverso?
Sicuramente, se devono parlare degli altri paesi scateneranno la stessa crudeltà, però Melzo è lì a ci saranno sei chilometri: tutto avviene in un raggio d'azione limitato.


La gaina 'n dal pulée

La gaina 'n dal pulée,
a la cànta da per lée.
La g'ha 'l mamasüchèl,
la fa l'öf cùn l'anèl.
L'anèl l'era d'ùtùn,
cùm'è l'óor dal Giapùn,
pién de tùrùn
pìén de malgasciö,
cümpràa da Tanö,
cümpràa in da la Ciùna,
intanta cà trùna.
Trùna stranüscia,
pèrdi la baüscia,
baüscia, baüsciòtt,
ta sét 'n balagòtt.
Balagòtt da 'l diàul
ca l'è a drée a mangià 'l Ràul.
Ràul legnamée,
cal scapa sénsa i pée.
Al mèna la cùa,
per rivà prèst a cà sua.
Cà sua l'è de lùntàn, a ga bùia a dré 'nca al càn,
al càn l'è in sü la via,
al ga sgàgna 'nca l'ùmbrìa.


La gallina nel pollaio

La gallina nel pollaio,
canta da sola.
E' ammalata (ha il mamasuchèl)
fa l'uovo con l'anello.
L'anello era d'ottone,
come l'oro del Giappone,
pieno di torrone,
pieno di malgasciö,
comprato da Tanö,
comprato dalla Ciùna (soprannomi di commercianti locali),
intanto che tuona.
Tuona e lampeggia,
perdo la bava,
bava, bavagliolo,
sei un semplicione.
Semplicione del diavolo,
che sta mangiando il Ràul.
Ràul falegname
che scappa senza i piedi.
Mena la coda
per arrivare presto a casa sua.
Casa sua è lontana,
gli abbaia dietro anche il cane,
il cane è sulla via e
gli morde anche l'ombra.



MUVI: Cosa è il malgasciò?

Mario Barzaghi: caramello lavorato con la saliva e poi sputato, era venduto nella fiere. Si sputava nelle mani e poi lavorara questo zucchero a forma di tortiglione.

MUVI: mamasuchel?!

Mario Barzaghi:
Quando la gallina ha il mamasuchel la gallina muove la testa e fa "chè chè chè chèl". Altre terminologie molto suggestive, che introducono allo struggimento nostalgico…

MUVI:
"Me vegnù al padernun". Padernun esiste in milanese ed è la "paterna", una sgridata molto forte; così in milanese potrebbe essere, anche in senso lato, un incubo. Il toponimo "paterno", che è presente in diverse versioni in Lombardia oltre che in Piemonte e in Veneto, deriva proprio dal latino "paternum". In provincia di Trento ci viene segnalato un paese chiamato Padergnone: risulta però poi un po' difficile pensare che in questo paese siano tutti soggetti a una sorta di saudagi…. Però mi viene in mente Paderno Dugnano ma c'è anche un Paderno sull'Adda. Sono paesi il cui nome deriva da Paterno… C'è un'altra interpretazione più colta e più ricercata ma allo stesso tempo più fantasiosa che potrebbe far derivare questo padernun da un "Pader Nom" cioè un "nome del padre" capovolto per scherzo. E questo nome del padre potrebbe essere una dialettizzazione del "Nomine Patri", il nomine patri latino che in milanese diventerebbe Pader Nom quindi Intelligenza, cervello perché nel fare il segno della croce nella formula in Nomine Patris ci si portava la mano ovviamente alla fronte e quindi significava l'intelligenza. Quindi una persona priva del nomine patri del padernun potrebbe essere stata spinta a una forma di struggimento. Anche perché poi non lo abbiamo detto ma questo padernun viene attribuito sia a una persona che magari è lì completamente attonita e assorta e non si capisce per quale motivo sia anche alla malattia che si attribuisce ai bambini nati morti.

Mario Barzaghi: alcuni lo riconoscono anche come malattia "a gh'è vegnù al padernun", probabilmente una persona che ha subito una particolare disgrazia, uno stato depressivo, un esaurimento, una serie di cose che tra di loro si intrecciano e non hanno a che fare con un particolare stato d'animo.

Altri termini:
"El se mof come una ras mulighett" che significa letteralmente: un bambino estremamente vivace che quando lo cambi muove le gambette "quand te ga cambiet la pisota el se mof come un ras mulighett", pisota è il ciripà, "fa andare le gambe come una persona che ha l'argento vivo indosso".

MUVI: adesso andiamo fino in Etiopia, ras mulighett non può essere che il famoso Melenik cioè il Ras Melenik. Ras cioè capo, proclamato Negus Neghesti cioè "Re dei re" e imperatore di Etiopia e diventato poi famoso a livello popolare in Italia quando inflisse alle truppe italiane la famosa e disastrosa sconfitta nella battaglia di Adua, nel 1896.
La fama di veloce gli derivò probabilmente dalla condotta di questa battaglia, che in realtà vinse per superiorità numerica: infatti erano 100.000 uomini contro 20.000 italiani, ma lui li seppe gestire e far giostrare al meglio anche tatticamente, non impostando uno scontro frontale ma attaccando da diverse parti e a diverse riprese dando così l'impressione di spostarsi come un fulmine da una parte all'altra nel campo di battaglia. In realtà erano truppe diverse che attaccavano semplicemente da lati diversi.
Si noti come tutto l'immaginario delle guerre d'Africa si sia concretizzato in una serie di termini molto usati in dialetto ma anche in italiano, basti pensare al termine "Ambaradan" con il quale si indica un tutt'uno generico. Ambaradan si dice così perché in quella località, Amba Radan, così come ci fu ad Amba Alagi, ci fu una battaglia: una battaglia che è stata talmente confusa che non si sa bene ancora oggi che cosa avvenne; così Ambaradan è diventato un termine che sta ad indicare un tutt'uno, spesso indistinto, senza stare a specificare.

Mario Barzaghi: e poi c'è El Salam del Negus, il salame nero che ancora adesso si fa, il salame di cioccolato.

Mi quant s'eri picinìn

Mi quant s'eri picinìn, s'eri 'n dal strencirö,
e mangiavi pan e gandiö.
Pàsa via 'nà pùarèta, cà là ma ròba la barèta,
la barèta l'è dal regiù,
al regiù al vör al lacc,
al lacc gà l'hà la vaca,
la vaca là vör al fén,
al fén gà l'ha al pràa,
al pràa al vör la rànza,
la rànza gà l'hà al fàrée,
al fàrée al vör la sùngia,
la sùngia gà l'hà 'l pùrscèl,
al pùrscèl al vör i giànt,
i giànt ghi'à la rùgùla,
la rùgùla la vör al rü.
E tira sü e tira giù,
s'è maridàa la tusa del cùcù.
O cùcù da là cücaröla quanti ann
ta sée stà föra?
Sòo stà föra quarant'ànn,
sut la porta deMilàn,
sut la porta de Cremùna,
quéi ca bala, quei ca sùna,
quéi ca pèsta l'èrba bùna,
l'èrba bùna l'è bén péstàda,
Caterina l'è inamùrada.
L'è inamùrada d'un barbée,
sa l'è bel al spùsaróo,
sa l'è brüt al masaróo.
Al masaróo cùn 'la masöla,
sùta al pùnt de Gùrgùnzöla.
Sùta al pùnt de Gùrgùnzöla,
gh'éra là quatér dùnett.
Vüna che fila,
l'altra che tàia,
l'altra ca fa 'l capèl de pàia,
l'altra ca fa 'l capèl de fiùu,
riverisco, sciùr Dùtùr.

Io, quando ero piccolo

Io, quando ero piccolo, stavo nello strettoio,
e mangiavo pane e gandiolo (ciliegie selvatiche).
Passa via una poveretta, che mi ruba la berretta,
la berretta è del Reggitore (Patriarca, capofamiglia),
Il Reggitore vuole il latte,
il latte ce l'ha la mucca,
la mucca vuole il fieno,
il fieno ce l'ha il prato,
il prato vuole la falce,
la falce ce l'ha il fabbro,
il fabbro vuole la sugna,
la sugna ce l'ha il maiale,
il maiale vuole le ghiande,
le ghiande le ha la quercia,
la quercia vuole il letame.
E tira su e tira giù,
s'è maritata la figlia del cùcù.
O cùcù della cucaröla,
quanti anni sei stato fuori?
Sono stato fuori quarant'anni,
sotto la porta di Milano,
sotto la porta di Cremona,
quelli che ballano, quelli che suonano,
quelli che pestano l'erba buona,
l'erba buona è ben pestata,
Caterina è innamorata.
E' innamorata di un barbiere:
"Se è bello lo sposerò,
se è brutto lo ammazzerò.
Lo ammazzerò con la mazzuola,
sotto il ponte di Gorgonzola".
Sotto il ponte di Gorgonzola
c'erano là quattro donnette:
una che fila,
l'altra che taglia,
l'altra che fa il cappello di paglia,
l'altra che fa il cappello di fiori:
"Riverisco signor Dottore".


 

Mario Barzaghi: questa è la cosiddetta filastrocca ciclica. Ora bisogna tenere conto che questa è una filastrocca e che l'andamento della filastrocca è cantilenante. "Mi quand s'eri picinin s'eri andà al strenciro'", allora qui c'è uno spostamento perché con l'aggiunta, la sovrapposizione della musica ovviamente, e questo è un po' anche l'intento, volevo allargare la tradizione e quindi sovrapporre ad un materiale pre-esistente la musica per dare quella mobilità che io onestamente non riesco più a concepire in rapporto al dialetto se non attraverso questo tipo di operazione perché di fronte all'avanzamento tecnologico il dialetto purtroppo si trova messo nell'angolo, soccombe, non sa più come chiamare le cose.

MUVI:
quindi tu dici che per restituirgli una certa forza il dialetto va musicato e bisogna dargli un'interpretazione successiva?

Mario Barzaghi:
si, un altro respiro. Ovviamente, possiamo far riferimento alla tradizione: qui il valore della trasmissione stava nella ciclicità della spiegazione che sta dentro alla filastrocca, qui ad esempio i bambini partivano dalle cose concrete che vedevano: dal latte, la mucca, il fieno, il fabbro, la sugna… c'è tutto un ciclo produttivo, dall'agricoltura agli strumenti che servono all'agricoltura, a chi li costruisce…>>