Contrordine
A
Torino sono stato un mese circa. Bisogna partire per la Russia. Tridentina,
Cuneense, la Julia: armiamoci e partiamo per la Russia. Partiti per
la Russia, dodici giorni e tredici notti per arrivare in Russia, abbiamo
attraversato la Polonia, l'Ucraina, e in Ucraina ci siamo fermati una
mezz'ora a bere e a fare il rancio. Il mio capitano aveva la macchina
fotografica, una bella macchina, la dà a un soldato, che era
un sergente, e dice: "Fammi la fotografia che voglio avere il ricordo
con un mio attendente prima
di andare in guerra". Così
abbiamo fatto la fotografia assieme.
Poi siamo ripartiti. Le nostre truppe alpine erano destinate sul Caucaso.
Siamo partiti per il Caucaso. Arrivati in Russia, siamo stati fermi
otto giorni ad aspettare tutti i convogli che arrivavano e poi è
partita la colonna per andare su al Caucaso: alpini, artiglieria alpina.
Passa la motocicletta
del portaordini,
una Guzzi. E' andato in testa dal colonnello: i tedeschi han telefonato,
lui portava il messaggio di andare sul Don e ritirarsi e non andare
sul quelle montagne. Dietro front: cinquecento chilometri per andare
sul Don. 10 di settembre
tutto a piedi. C'era il sole che scottava
ancora come qui il mese di luglio: la terra si spaccava e noi avevamo
fatto l'accampamento. Bisognava fare l'accampamento tutto sotterraneo.
Abbiamo tirato le tende, abbiamo dovuto scavare un po'. Poi c'erano
delle campagne di girasole e frumento. Abbiamo preso queste foglie e
coperto le tende: non sembrava un accampamento, vedevi terreno e sterpaglia.
Avevamo una borraccia di acqua al giorno, veniva l'autobotte, quando
arrivava andavamo con la borraccia e via
Una sete enorme dal caldo
che faceva. Dunque arriva l'ordine dei tedeschi: bisogna andare sul
Don.
La
battaglia (ascolta
il file audio nikolajevka.mp3)
Il
Don fa una curva, ma è largo il Don, sarà 100 metri di
larghezza e più. Sulle sue rive c'eravamo noi: Julia, Cuneense,
Tridentina, tedeschi, ungheresi e rumeni, tutto il fronte.
Noi vedevamo i russi che venivano fuori a fare l'assaggio del ghiaccio
quanto era lo spessore. Facevano un buco, facevano scoppiare una bomba
leggera, poi misuravano. Quando il ghiaccio ha superato il metro di
spessore, i russi hanno attaccato i tedeschi: con i carri armati sono
passati sopra il ghiaccio. C'erano su anche 60 centimetri di neve. Nella
neve si sprofonda, ma un metro e più di ghiaccio è forte.
Loro lo sapevano bene quando potevano passare e son passati. Poi è
arrivato l'aiuto degli americani, passati anche loro di lì. E
hanno attaccato gli ungheresi e i rumeni da una parte, e i tedeschi
dall'altra.
Ma noi la Divisione Tridentina, la Cuneense e Julia
niente. Noi
eravamo lì sul fronte, fino a quando siamo stati circondati e
abbiamo dovuto cominciare a ritirarci. Allora ci troviamo davanti le
armi russe: battaglie. Prima di arrivare a Nikolajevka le nostre tre
divisioni hanno avuto sei combattimenti. Poi a noi si sono uniti tedeschi,
ungheresi, rumeni lì a Nikolajevka. Riuniti tutti insieme era
una distesa che non vedevi la fine a occhio nudo
una colonna larga
un 50 metri... tutte le truppe: genio, pontieri, fanteria, tutto quello
che poteva esserci. Una colonna enorme. Si arriva Nikolajevka e si vedeva
una colonna di carri armati che ci circondavano.
Noi alpini con poche munizioni contro ai carri armati, come la mettiamo?
Finite le munizioni, qui bisogna arrendersi. Era quasi scuro. Allora
il generale Reverberi ha pensato: "o tutti prigionieri che muoriamo
qui, o chi può salvarsi si salvi". E' andato su un carro
armato tedesco col megafono e ha tre volte ripetuto questa frase: "Alpini!
Vi ho portato in Russia e vi voglio riportare in Italia! Fatevi avanti!"
Ma gridava forte: è stato come toccare un formicaio con un bastone.
Tutta la colonna
un movimento enorme ad andare giù in paese.
E russi e tedeschi facevano fuoco accelerato. Venti di qui, dieci di
là
andava per terra un mucchio di morti, però in
tanti sono riusciti a passare e andare in paese e i russi si sono ritirati
perché quando è arrivata la massa han dovuto ritirarsi.
Han lasciato lì carri armati e mitraglie, attrezzi e il rancio,
che volevamo perché erano già le cinque. Era quasi scuro
perché era il 26 gennaio.
Abbiamo trovato due miei compaesani che erano prigionieri lì,
gli italiani che c'erano erano tutti vivi ancora, i rumeni vivi ancora,
ma gli ungheresi e i tedeschi non ce n'era uno vivo. Eran tutti i morti.
E poi sai che i russi avevano una divisa che sotto il tacco aveva come
un ferro di cavallo e gli lasciavano il segno del tacco dei russi sulla
fronte ai tedeschi. Li facevano fuori e poi li pestavano col tacco dei
piedi. Ho visto un cerchio, saranno stati una trentina, li facevano
accerchiare e poi li fucilavano col mitra, e li calpestavano col piede.
Poi alle quattro di notte di nuovo: salva chi può. Il capitano:
"Alpini! Forza e coraggio! Si salvi chi può!" E fuori
ancora, tutti in mezzo alla tormenta, a camminare e camminare.
Il
miele
Lì
a Nikolajevka... adesso racconto quello che è capitato a me.
Ero in una isba prima di arrivare a Nikolajevka. Sono andato dentro,
perché la fame è la fame: non c'erano viveri. C'erano
dentro dei legni scavati, con le api che facevano il miele. Io ho preso
su mezza gavetta di api e miele tutto assieme. Poi vengo fuori da questa
isba e mi gela la mano. Il mio compagno ha preso un po' di neve, mi
ha pulito bene la mano, messo il guanto e basta
è andata
bene.
Poi a Nikolajevka ci siamo fermati un po'. Stava per arrivare il generale.
C'erano dieci uomini, un sottotenente e un tenente, la slitta la trainavano
due muli. Era carica delle cassette degli ufficiali, sacchi a pelo,
coperte, tutto quello che poteva servire per noi. Era alta circa un
metro, un metro e dieci. E dico al mio compagno, un bresciano: "Intanto
che siamo fermi mangiamo un po' di miele".
Siamo inchinati contro la slitta, con la baionetta ne davo un po' a
lui e poi mangiavo io. Al terzo o al quarto boccone arriva una granata
dalla parte di là della slitta. Ha fatto uno scoppio. Ai muli
venivano fuori gli intestini. La gente spianata per terra. Il tenente
e il sottotenente morti. E poi salta su il mio capitano: "Bisogna
andare all'assalto. C'è l'ordine di andare all'assalto Morstabilini,
prendi tutte le munizioni e andiamo all'assalto!" "Eh, ma
signor capitano, c'è da mettere a posto i muli." "Da'
le munizioni ai tuoi compagni e andiamo all'assalto!"
Ne sono partiti una trentina per andare all'assalto
contro le mitraglie,
ne sono tornati indietro sette. Di armi noi non ne avevamo più.
Le munizioni erano finite. Io avevo ancora un po' di caricatori. Li
ho dati a un altro. Caricatori della carabina, che non valgono proprio
niente.
Nel frattempo era arrivata quella granata. Siamo saltati in piedi anche
noi due a vedere. Il bresciano perdeva un po' di sangue, ma non era
una ferita profonda. "Ah, sei ferito
" Poi mi giro io
"Ma Michele, c'hai tutto un
" Morstabilini, perché
tra militari ci si chiama sempre per cognome
"Morstabilini,
hai tutto il pastrano tagliato dietro." Tocco con la mano, veniva
fuori il pelo perché sotto c'era il pelo della lana di pecora
veniva fuori, come mai? Le schegge sono passate a filo della mia schiena.
Se ero alto tanto così di più mi tagliava la schiena ed
ero bel che
Guarda che fortuna quel miele lì che mi ha
portato!
Nelle
isbe
 |
La
fotografia mostra una isba russa, con un'automezzo militare parcheggiato
all'esterno. L'immagine è stata donata a MUVI dalla Sig.ra
Egle Vertova Marcolini.
|
Andavo
nelle isbe, però era pericoloso andare nelle isbe, perché
potevano esserci dentro dei partigiani. Andavano dentro magari anche
dei tedeschi
loro avevano un parabello di 75 colpi, c'era una
scatola rotonda sotto e c'era il nastro come una mitraglia: 75 colpi!
Io
volevo portarne a casa uno, l'ho tenuto per un po', poi me l'han fregato.
Volevo
portarlo a casa per ricordo: 75 colpi fanno un bel disastro! E se c'è
dentro uno di quelli lì... tara-ta-ta-ta-ta-ta
Kaputt!
E si resta lì.
Io
andavo dentro perché avevo fame. ntravo e dicevo "Kleva,
kleva" perché kleva è pane in russo
Ja ne snaio,
ja ne panimaio, nema kleva, nema kokuruso
. [qui
il signor Morstabilini pronuncia le numerose espressioni russe che ricorda]
Che povera gente
Gli italiani li adoravano loro, mi volevano bene.
Mi han salvato i Russi: mi davano qualche cosa da mangiare, un pezzo
di pane, una rapa o patate o farina
quello che avevano me lo davano.
Quando ci si fermava la sera che si andava in una isba, io
prima di entrare, picchiavo alla porta e ascoltavo, poi l'aprivo piano
piano e guardavo dentro. Loro mostravano subito le mani, io sempre col
moschetto caricato e puntato perché se sparano a me sparo anch'io
a loro. Se mi davano qualcosa, io facevo
scaldare un po' di acqua, preparavo una specie di budino e ne mangiava
un po' anche al mio capitano. Se trovavo del pane ne davo un po' anche
a lui e si viveva assieme. E abbiamo fatto tutta la ritirata a quel
modo finché siamo stati liberi.
E una volta entro in una bella casa, perché c'erano delle isbe
molto belle, proprio
Ma c'erano anche delle isbe dove dormivano
ancora per terra. Allora vado dentro a cercare da mangiare. Apre una
signorina, una bella donna: "Nema, nema, nema!" Com'è?
Le chiedo: "Warum?". "Nema, nema, nema!" e poi apre
e me fa vedere gli armadi
era un'attrice, con tutti i suoi vestiti
da attrice, di seta. Le ho detto: "Nighe, nighe. Nichts gut"
a me non interessa quella roba lì, dammi il pane. M'ha dato il
pane e m'ha dato un bacio. L'ho ringraziata e mi sono seduto
Poi
l'ho salutata eme son andato contento: abbiamo mangiato io e il capitano!
Come
statue di neve
Perché
eravamo come statue di neve. La neve secca e asciutta e secca come era
si attaccava addosso tutta. Non si riconosceva una persona se non le
parlavi assieme. Se non ti diceva il nome, non la conoscevi più
una persona: tutta bianca di neve. E poi han cominciato i colonnelli
e i generali e capitani a chiedere "Che divisione sei tu? La Tridentina
vai di qui. Sei della Julia? Vai di qui! La Cuneense di qui! Sei della
fanteria? Vai di lì!" Cercavano di dividere un po' tutte
le truppe per avere un comando. Poi attaccano ancora i carri armati,
passano i carri armati, e noi ci siamo di nuovo mischiati tutti. Infine
siamo avanzati ancora di 50 chilometri e siamo stati liberi. Di nuovo
c'è stato lo smistamento, ognuno è riuscito ad avere i
suoi compagni, la sua batteria, i suoi comandanti, perché era
tutto un miscuglio. Non riconoscevo più neanche il mio capitano.
E dopo ho parlato con il generale Reverberi, e son riuscito ad andar
fuori
Ma io vedevo la morte
Arrivava una bomba e ne saltavano dieci, dall'altra parte un'altra bomba
e fumo e morti che saltavano. Arrivo giù in paese e c'era la
scarpata che passava la ferrovia, alta due metri di qui e due metri
di là nel vuoto. In realtà non c'era più la scarpata.
Spianata! C'erano centinaia e centinaia di morti. E si camminava sopra
ai morti perché era come camminare sul ghiaccio: un'ora che son
lì e sono duri come il ghiaccio. Era 46 o 47 sotto zero: aveva
il termometro il mio capitano. Io ho avuto la fortuna di avere l'antigelo
che mi ha dato il capitano: ho ingrassato i piedi bene. E poi ho trovato
una sussistenza, uno scatolone che era ancora buono tra le cose distrutte
dal bombardamento. E c'era dento scatolette di quadratini di zucchero
e ho messe due o tre scatolette nello zaino. E poi ho trovato un paio
di scarpe un po' più grandi delle mie. Ho buttato via le mie,
ho ingrassato bene i piedi, un po' anche le gambe: due paia di calze
di quelle da militare, che erano di lana e poi i calzettoni che mi arrivavano
su fino alle ginocchia. E sono stato diciassette giorni senza più
levar le scarpe. Quando si dormiva la sera, se si trovava un'isba da
poter andar dentro era un miracolo. Altrimenti nelle campagne.
Lo
zucchero
Perché
lo zucchero, quando l'ho trovato l'ho messo nello zaino. E poi si marciava,
avevamo fatto cinquecento chilometri in tutta la ritirata. Il mio capitano
mi diceva: "Morstabilini, ogni quadratino facciamo un chilometro
in più" Un quadratino dava un po' di sostanza. Ma alla fine
è finito anche quello. Avevo ancora un po' di sigarette che avevo
preso lì dove ho trovato lo zucchero. Io avevo uno spirito e
un coraggio, che mi si attaccavano alle braccia e piangevano, piangevano:
"Morstabilini, non arriviamo più in Italia. Non ce la faccio
più a camminare" e io: "Forza dai, cammino anch'io.
Forza!" Davo coraggio. Facevano ancora cento, duecento metri e
poi: "Non ce la faccio più, Morstabilini". Equando
andavano per terra non si alzavano più: era 46 sotto zero!
Tanti li mettevano sui muli feriti. Dopo un'ora che erano sui muli,
cadevano giù morti. Perché a non camminare nella tormenta,
si moriva. Morti: ne ho visti tanti, troppi di morti. E allora quello
zucchero lì ha salvato un po' la vita a me e anche al mio capitano.
Un pezzettino per uno e dai... facciamo un chilometro in più.