Le storie di MUVI
     
 

Altre storie

 

La storia che segue, pur avendo l'io narrante al singolare, ci è stata raccontata a più voci, ognuna con il proprio punto di vista, dalle lettrici Carmela Tandurella e Mariarosa Caruso, cugine. In un'epoca nella quale il nostro Paese è interessato a flussi migratori in entrata è facile dimenticarsi di quanti nostri compatrioti hanno conosciuto l'esperienza dell'emigrazione per migliorare le proprie condizioni e per garantire alla propria famiglia una vita dignitosa.
La famiglia delle nostre lettrici (i nonni materni per Carmela; quelli paterni per Mariarosa) è stata una delle tante che si sono trasferite in Libia dopo la 'conquista' italiana dello stato africano: dal racconto, che si rifà a sua volta ai ricordi dei genitori e dei parenti più anziani (soprattutto di una zia, Gina, ancora viva e lucida, che ha vissuto di persona le vicende descritte e che ricorda perfettamente i fatti narrati dalle nipoti), emerge una idea dell'emigrazione come di una esperienza sicuramente non facile ma in un certo senso naturale per l'uomo alla ricerca di una condizione di vita migliore.

Forse ricordare le vicende degli Italiani all'estero può aiutarci a comprendere meglio i cittadini stranieri che giungono nella nostra penisola, carichi di speranze e voglia di darsi da fare.

 

"A Tripoli, bel suol d'amore..."

 

<<Quello che so sulla vita degli italiani a Tripoli deriva dai racconti dei miei genitori, che a Tripoli si sono conosciuti da bambini, si sono sposati e hanno avuto il loro primo figlio, nonché dai racconti di mia nonna e dei miei zii materni, che a Tripoli hanno vissuto anch'essi buona parte della loro vita: tra loro, mio zio Vincenzo, che, stabilitosi ventenne a Milano, ritornò per un breve periodo (nel 1932) a Tripoli a trovare i suoi e fissò sulla pellicola molte immagini della città dov'era cresciuto.

I miei nonni, Paolo e Giuseppina Caruso, nei primi anni del '900, in cerca di un futuro migliore, andarono dalla Sicilia a Malta e poi a Bizerta (in Tunisia) e quindi nel 1912 a Tripoli, colonia italiana. Nonno Paolo era un uomo molto intelligente, determinato e pieno di dignità; cercò in ogni modo di mantenere alto il proprio onore e l'orgoglio di essere italiano, come dimostra un episodio occorsogli in Tunisia: alla nascita di suo figlio Vincenzo, nel 1907 a Bizerta, il nonno, nonostante non fosse ricco, fiero delle proprie origini, rifiutò per il figlio la cittadinanza francese, che pur gli avrebbe recato notevoli benefici, ma volle che anche il figlio fosse italiano. Per dare un po più di benessere alla propria famiglia, affrontando ulteriori sacrifici, emigrò da solo, per 4 anni, in Argentina.
Quando "l'imperialismo straccione" riuscì a mettere a segno la conquista della Libia, non esitarono quindi a trasferirvisi, carichi di aspettative e di iniziativa. Come sosteneva la retorica dell'epoca, la "grande proletaria" si era mossa, e molti italiani, pieni di coraggio e di voglia di lavorare, si trasferirono nello stato africano, pensando di aver trovato finalmente un porto sicuro dove stare; una canzone in voga all'epoca recitava: "A Tripoli i Turchi non regnano più / ma il nostro vessillo piantato è laggiù". Anche la famiglia di nonno Paolo si spostò da Bizerta, dove da tempo comandavano i francesi, e dove i soldi guadagnati in Argentina erano stati inghiottiti dalle "vacche secche" (come ad esempio un fallito tentativo di impresa zootecnica).
Era il 1912, ma in realtà la "conquista" tanto sbandierata si limitava quasi esclusivamente al controllo del porto e della città, mentre la resistenza degli Arabi nelle zone interne era ancora tale da costringere gli Italiani ad una difficilissima "avanzata" verso l'interno: e così mio nonno, che aveva tutt'altri progetti (fra l'altro in Argentina era diventato comunista, o almeno tale si proclamava in famiglia), si trovò per qualche tempo arruolato, anche se solo per prestare servizio
nell'amministrazione militare.
Quel periodo dovette essere nerissimo, anche per gli italiani: "i ribelli" gli fecero vedere, come si dice, i sorci verdi e la paura rimase a lungo anche dopo (mio zio raccontava che fuori città gli uomini giravano armati). Naturalmente, la "patria grata" edificò un monumento ai suoi eroici caduti….
In città la colonia italiana si era stabilizzata: mio nonno partecipò come decoratore ai lavori di costruzione del cinema, comprò un pezzo di terra pieno d'ogni ben di Dio, che veniva coltivata da un bracciante arabo con l'aiuto di un dromedario che girava la noria per estrarre l'acqua dal pozzo. Dal 1918 poi il nonno era diventato dipendente governativo e lavorava come tappezziere soprattutto per i militari. La famiglia si recava in città con un calesse: mia nonna faceva la spesa e gli altri acquisti al Suk el Turk, il mercato tradizionale, dove la maggior parte delle botteghe era di proprietà di commercianti ebrei: la comunità ebraica era numerosa e conviveva pacificamente da secoli con gli Arabi.
Tripoli era una città cosmopolita, piena di vita: oltre agli Arabi e agli Ebrei c'erano anche Greci e Maltesi, gli Inglesi e ovviamente gli Italiani, che comandavano. Nel frattempo la famiglia Caruso si accrebbe: nacquero le figlie Clelia e Gina. Zia Concettina si sposò a 16 anni, zia Gina a 18. I figli maggiori lavoravano, come si diceva allora, per farsi un avvenire: le ragazze dalla sarta e i maschi dal parrucchiere. Tra le figlie la più brava come sarta, Linda, tagliava e cuciva per le nobildonne italiane ( e il suo abito da sposa riproduce una mise...savoiarda!). Il giovane Vincenzo iniziò a lavorare nel primo negozio di parrucchiere di Tripoli: tra i clienti abituali c'erano il governatore e il Duca Aimone, principe di Spoleto (che gli rilasciò il benservito con lo stemma reale!).
Anche papà Vito lavorava fin da ragazzino al salone da barbiere di proprietà del cognato di mio madre: fu lì che i miei genitori si conobbero quando lei ancora bambina andava a tagliarsi i capelli e lui correva a compararle il Corrierino dei Piccoli.
Tutti gli italiani di Tripoli ci tenevano all'eleganza, a vestirsi e pettinarsi alla moda, a profumarsi (fu con una scia di Contessa azzurra che Zio Nunzio conquistò zia Gina …) e le signore italiane, residenti o alloggiate al Grand Hotel, frequentavano l'operetta e le più varie occasioni di parata e, tra soste agli stabilimenti balneari e passeggiate al lungomare, amavano ricercare abiti eleganti, che le sorelle Caruso si indaffaravano a realizzare per loro.
Furono gli anni '20 e '30 quelli migliori: il lavoro non mancava ma per questa famiglia ci furono anche momenti particolarmente difficili, come quando nel 1940 i Tedeschi arruolarono tutti gli uomini abili a imbracciare le armi per difendere la città, e le donne e i bambini passarono 6 mesi molto duri nel deserto, in case fatte costruire da Balbo, a circa 50 km dal capoluogo, per salvarsi dai bombardamenti. Zia Gina ricorda i viveri portati con i camion, terribili tempeste di sabbia quando soffiava il Ghibli, e poi vipere e scorpioni: suo marito, zio Nunzio venne morso dagli scorpioni ben 7 volte, tanto che in casa, come antidoto, venivano tenuti scorpioni vivi in una bottiglia piena d'olio. Sua figlia, Pina, nata poco prima all'ospedale di Tripoli, passò così i primi mesi della sua vita nel deserto.
Nel 1941 le donne e i bambini furono costrette dai tedeschi a partire dalla Libia, al fine di risparmiare viveri, in quanto anche i convogli che arrivavano dall'Italia venivano affondati dagli Inglesi. Le donna di famiglia partirono, a bordo di convogli militari, con soli 15 kg di bagaglio consentiti. Si trattò quindi di abbandonare tutto...lasciando loro soltanto ricordi, quelli felici e quelli tristi, che ora fanno parte della storia e della memoria di una famiglia protagonista di una vicenda un po fuori dagli schemi tradizionali.

Tutti i figli della famiglia Caruso portarono sempre nel cuore, con grande rimpianto e nostalgia, il ricordo del paese in cui erano nati e che amavano tanto.>>