| |
Bruno
Brancher e la mala milanese di una volta
(il testo della puntata di MUVI andata in onda
nel febbraio 2001)
Bruno Brancher racconta:
<<Da
ragazzo pensavo che, alla fine della mia carriera, mi sarei trovato in
mano una fortuna degna delle Mille e una notte.
Ero un giovane ladro nella Milano di quegli anni, pulita, bella e tanto
diversa dalla città grigia e deturpata di oggi.
Certo non mi mancavano i luoghi dove agire: a Porto di Mare, per esempio,
il ricettacolo di tutti, ladri e puttane, pieno com'era di anfratti in
cui poter nascondersi. Lì, schierate ai due lati della strada,
c'erano quelle che chiamavamo case minime, perché erano così
piccole che in due stanze dormivano in cinque o sei; di giorno vedevamo
arrivare le ragazze in costume a prendere il sole, le ragazze di via dei
Cinquecento, le più belle della città.
La polizia, invece, non ci metteva piede: le faceva schifo quel posto
consacrato alla mala, dove la corrente del mare trascinava i cadaveri
dei Tedeschi o di qualche vittima di un regolamento di conti, che l'acqua
pesante faceva poco a poco affondare.
Di quel paesaggio non resta più nulla: al posto dei canali ora
c'è una bella via con un prato verde; uno dei tanti cambiamenti
che la città, ovviamente, ha subito col passare del tempo.
Allo stesso modo,
per esempio, hanno abbattuto il piccolo centro di Villapizzone, tutto
di villette in legno abitate da operai e impiegati, vicino a cui si ritrovava,
in piazza Prealpi, la malavita milanese.
Pure la zona dei navigli, dove c'erano le lavandaie, è stata tutta
rovinata: in questo punto, sotto il corso d'acqua, c'era un intercapedine
in cui noi ladri ci infilavamo per sfuggire ai poliziotti, che spesso
restavano sull'altra sponda, col fucile in mano, ad aspettare di vederci
uscire.
Né noi né loro, in realtà, sparavamo mai: appena
finita la guerra, quando la città cominciava ad essere ricostruita,
venne a Milano un rapinatore piuttosto bravo, che portava con sé
una "machine pistol" e che si vantava con me, appena quindicenne,
che mai aveva né avrebbe ucciso nessuno. Perché allora teneva
sempre un mitra a tracolla? Era un uomo di sinistra e mi rispose con una
frase che sarebbe diventata di moda quarant'anni più tardi: "Mah,
queste sono le contraddizioni della vita!".
Ricordo che usò un sistema molto intelligente per rapinare la sede
fascista Ettore Muti; poi venne preso e fece una brutta fine.
La vera Milano era
varia, ospitale, aperta come la gente che ala abitava: il milanese doc,
infatti, era ben lontano dal disprezzo per gli stranieri che si avverte
oggi. Allora non importava il luogo di nascita o il dialetto parlato:
il grande senso del lavoro, tipico della nostra gente, non avrebbe potuto
conciliarsi col disprezzo verso un lavoratore; se poi è nata la
figura del 'terun' è stato più che latro per ironizzare
su uno stile di vita e una terra sconosciuti che spesso ci apparivano
incomprensibili.
La vera Milano era
meravigliosa e anche la malavita nostrana aveva il suo fascino: si andava
in giro con i pantaloni alla zuava e con il cannone a fianco, si correvano
grossi pericoli anche per un minimo errore: io, per esempio, mai dimenticherò
la notte passata alla frontiera italiana, quando mi presero dopo un tentativo
di contrabbando, per di più andato a vuoto. Anziché prendere
il treno da (piazzale) Cadorna, come al solito, avevo deciso, per la prima
volta, di andare in auto: ma non acquistai nulla, quelle macchine fotografiche
costavano troppo. Alla dogana mi fermarono ugualmente.
Rilasciarono il mio amico che guidava, mi condussero nella guardina e
mi spogliarono; io tentai di scappare, colpii in faccia un poliziotto,
mi divincolai, ma erano in troppi e mi ripresero subito. Senza nessuna
legge, quella notte mi pestarono fino a spaccarmi le ossa e la mattina
mi lasciarono andare. Ero completamente stordito ma sapevo bene di aver
rischiato mesi di carcere.
Il faticoso viaggio a casa, in cui continuavo a perdere conoscenza e l'emozione
di quelle ore hanno lasciato nella mia memoria una traccia fortissima.
Della mia vita ricordo pochi altri episodi in maniera così chiara,
fra cui, forse, il più celebre è il mistero della rapina
in via Osoppo.
Ricordo che sui giornali uscirono migliaia di articoli che ne parlavano;
era stato segnato lo spartiacque tra la mala di allora, si diceva, a cui
appartenevo anch'io, e un nuovo tipo di criminalità.
Fu una rapina grandiosa, geniale; non la vissi in prima persona, ma ebbi
occasione di parlarne con i protagonisti; c'erano Gismondo, che conoscevo
bene e De Maria, che aveva progettato tutto nei dettagli e s'era messo
a capo dell'operazione.
Volle rimanere, fra tutti, l'unico uomo armato: mentre il camion si mise
a bloccare la strada, lui copriva gli altri e minacciava la gente brandendo
un mitra che, naturalmente, mi disse poi, aveva lasciato scarico.>>
|
|